Vorrei = Non voglio. Questa è l’equazione di una mamma ambivalente

Ambivalenza.

Non è la prima volta che scrivo questa parola sulle “pagine” del mio blog: la gelosia tra fratelli, per esempio.
Non è la prima volta che associo Ambivalenza a Mamma, potete leggerlo anche qui.
Mi sto semplicemente rassegnando al fatto che, diventare madri e diventare ambivalente cronica, siano due cose strettamente connesse, quasi una propedeutica all’altra.

Ambivalenza, ecco la definizione che si trova sul il Sabatini Coletti Dizionario della Lingua Italiana:

[am-bi-va-lèn-za] s.f.
* 1 Presenza di due aspetti diversi non necessariamente contraddittori
* 2 psicoan. Il provare per lo stesso oggetto impulsi o sentimenti opposti

In poche parole, è provare sentimenti opposti e coestistenti verso la stessa persona/oggetto.

Se vogliamo essere anche un pò “secchione”, ve la posso definire attraverso un famoso verso del poeta latino Catullo, (vinco facile perché, se fate una ricerca sul web, il verso di questo poeta viene spesso utilizzato quando si tratta questo argomento):

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile / non so, ma è proprio così e mi tormento.. (Catullo, Liber, carmina 85).

O ancora, facendo un altro esempio, è come trovarsi davanti a un vasetto di nutella mentre si è a dieta: affonderesti quel cucchiaio in 3 2 1 0, ma allo stesso tempo potresti non sopportare la vista del vasetto tentatore.

L’ambivalenza è un vissuto normale, che fa parte di ogni essere umano

Sì, sto cercando di rendere in parole povere, un concetto molto complesso e importante, nato dal pensiero di uno degli psichiatri più grandi a livello europeo, Eugen Bleuer che, lo utilizzó per definire uno degli aspetti della schizofrenia.
Ora, senza creare allarmismi, vi dico subito che lo stesso Bleuer, parla di in “ambivalenza sana”, che è quella di cui vi parlo io oggi.

In psicologia, sono moltissimi infatti, gli studi che dimostrano come, questo vissuto, faccia parte dell’essere umano, adulto o bambino che sia. In quest’ultimo, però, c’è ancora un’immaturità di regolazione affettiva ed emotiva, che lo porta a non riuscire ad ammettere che si possano provare emozioni opposte. Per questo, per esempio, un bambino fa molta fatica a sentire che ama ancora la sua sorellina, quando sta provando una forte rabbia perché lei le ha strappato di mano la sua macchinina preferita. E qui, entriamo in funzione noi genitori che, nei primi anni di vita, fungiamo da regolatori delle emozioni, in modo tale che i nostri figli possano poi, imparare ad autoregolarsi (non prima dei tre anni).

Come adulti, invece, ci sono mille e più occasioni in cui vi sarete trovati a provare sentimenti contrastanti: vorrei, ma non vorrei, per esempio, quando vorremmo fare una cosa che desideriamo, ma abbiamo anche paura di farla. Poi, in qualche modo riusciamo a fare una sintesi e ci decidiamo, oppure no e ci blocchiamo.

Essere mamme ambivalenti

Non so se sono l’unica, ma da quando sono nati i miei figli, ogni loro passo verso l’autonomia, lo vivo sempre con gioia, ma anche con tanta malinconia e l’occhio lucido.

Guardo e riguardo le foto di quando sono nati, del primo compleanno, del primo giorno di asilo: il cuore batte forte, sorrido, ma una lacrima bagna il mio volto. Come stanno crescendo in fretta, non potrebbero andare un pochino più lentamente? No, ma è giusto così, è bello vedere le loro conquiste.
In pratica, Sorrido e piango contemporaneamente. Voglio, ma non voglio, che i miei bambini diventino grandi. 
Ambivalenza.
Perché e anche questo l’ho già scritto e riscritto, una volta che una mamma da alla luce quella parte di se stessa così preziosa, quella parte diventa del mondo. Il suo compito è proprio quello di insegnargli a stare al mondo, a camminare con le proprie gambe per correre verso la vita che vorrà.

“Mamma vai via! Voglio papà! Sono cose da uomini!

Ecco, quando succede è un pugno allo stomaco. Quel piccolo d’uomo che per anni (circa tre) non ha fatto altro che pronunciare mamma mille volte al secondo, che ti ha fatto dichiarazioni d’amore incredibili, che voleva solo te e nessun altro, a un certo punto non ti vuole, ma vuole il papà.

Perfetto! Corro a farmi una doccia, esco con la mia amica, posso… posso leccarmi la ferita? Perché un pochino fa male.

Vorrei = Non voglio (che tu cresca cosi veloce). Questa è l’equazione di una mamma

Non vedo l’ora sia più grande.

Capita di sentirlo dire e anche di dirlo: in quelle giornate in cui, stanche, sopraffatte dalla vita di tutti i giorni, l’ennesimo mamma, piuttosto che cambio del pannolino in staffetta o 100 mt, a seconda del soggetto, o dell’ ennesima notte in bianco o doccia saltata, ci immaginiamo che, quando saranno più grandi sarà tutto più semplice.

Più semplice dormire
Più semplice uscire
Più semplice prepararsi
Più semplice avere spazio per se stesse
Più semplice….

Ci credete se vi dico che secondo me non è proprio così? Ci credete se vi dico che mi spaventano più gli anni della scuola, dell’adolescenza?

Sarà che sono convinta che questi anni di totale dipendenza, anche fisica, dei nostri piccolini da noi mamme, rispetto a una vita intera, sono davvero una manciata. Sarà che, mentre scrivo, li ho entrambi qui nel letto con me, con quelle manine piccole e paffute appoggiate sul mio corpo in stile radar “se provi ad alzarti ce ne accorgiamo subito”.

Ambivalente: vorrei dormire di nuovo in un letto senza essere in mille, ma solo Sino ed io, ma allo stesso tempo, sento già nostalgia di quando accadrà (si, perché prima o poi accadrà) e quindi, no voglio che state ancora nel letto con me.



Bene, direi che il concetto, a grandi linee, dovrei averlo chiarito.

Vi chiederete magari, cosa ha scatenato in me tutto questo delirio sull’ambivalenza, proprio oggi. Oramai mi conoscete e lo sapete che scrivo sempre di un qualcosa che mi ha colpito nella mia esperienza quotidiana.

Ecco è successo che, Mattia per la prima volta dopo mesi, ha deciso di fare un altro passo verso quella strada che lo renderà un uomo domani: dicendomi lasciami in pace, non seguirmi! è andato in bagno e ha fatto la pipì come i grandi: in piedi, tavoletta alzata e soprattutto nel wc. 

Sembra una banalità, ma non lo è. Perché so che prima di quanto io creda, mi attende un:

“Ciao Mà! Io esco!”

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