24 febbraio: la nonna, il primo dentino caduto e la radice che sarò

Il 24 febbraio 2015 è il giorno in cui la mia nonna è volata in cielo. Aveva 91 anni, era una bilancia: mai vista sciatta e non curata, sempre profumata di violetta o lavanda, con il suo berretto turbante, la sua borsetta. Probabilmente, è da lei che ho preso la mia passione per le borse e anche il gusto estetico. Era una bella testina: ansiosa a livello Pro – e, anche qui, mi sa che ho preso da lei – , si preoccupava di tutto, ma voleva sempre fare come diceva lei. Se dovessi raffigurarla con un animale, vi direi Gatto! una carezza quando le andava, lasciatemi stare quando le girava.

Nonna, come va? Come il tempo!

Nonna, come va? Come il tempo! Era sempre la sua risposta. Non si sbilanciava mai troppo per paura di offendere: quando mi tagliavo i capelli, o vestivo in modo diverso, le chiedevo: “ come sto?” E lei, “stai bene! Anche prima, però!”.

Di mia nonna ricordo soprattutto il profumo, le mani, il bacin sul copin che ci davamo cone saluto, il suo dialetto milanese. Pur essendo del ’23, con lei potevo scherzare di tutto, anche sui bei ragazzi. Un grande testa dura, la Ida, fonte di litigate epiche tra i miei, di sgridate fotoniche per mia sorella e me, ma mi manca. La penso spesso, porto al dito un suo cameo, che lei non ha mai messo, credo, per paura di perderlo.

Il 24 febbraio del 2015, lei se ne è andata in cielo e il mese successivo, io restavo incinta di Amalia. Ne sono convinta, si sono date il cinque, queste due, perché Amalia è un gran testona, proprio cone lei. Insomma, credo che anche da lassù, dove spero abbia incontrato il suo Cesare, lei con il suo dialetto milanese, ci metta il suo zampino.

Il 24 febbraio 2020 è invece, il giorno in cui Mattia ha perso il suo primo dentino.

Era sei giorni fa. Sei giorni in cui lo vedo sorridere con quella finestrella che me lo mangerei di bacini. Sarà un caso, ma erano giorni che sto dentino dondolava ed è caduto proprio lunedì. Lunedì 24 febbraio.

Il primo dentino è caduto

E così, sono partita dalla mia nonna, ma è qui che volevo arrivare: al dentino di Mattia. A quel dentino, a quella finestrella che mi ricorda, se mai potessi dimenticarlo, che il mio bimbo cresce. E si, lo so bene, non sono la prima mamma a cui succede di trasformarsi per la prima volta, in topino dei denti. Non sono nemmeno la prima a emozionarsi.

Questa cosa che i figli prima o poi, crescono, smettono di essere quei fagottini morbidosi paccioccosi, quei trottolini instabili, che muovono i primi passi sfidando ogni legge di gravità, quelli che ti guardano con occhi a cuore e sognanti mentre li nutri, mentre li abbracci, mentre ti ritrovi a fare dei versetti e delle vocine di cui, anni dopo, rivedendoti ti vergogno, solo per strappar loro la risata più bella della tua vita, ecco questa cosa qui, a me spaventa molto e mi rende malinconica.

Spesso, così, mi volto indietro, sfogliando le foto sullo smartphone o sul Mac, ritorno ai mei primi mesi da mamma, ricordando quando la tetta era pubblica, la fascia il mio mantello, quando per la prima volta sono stata Vista Bella davvero per come sono: arrabbiata, triste, gioiosa, timorosa, ansiosa, inadeguata, amorevole, qualunque aspetto di me mostrassi, ricevevo in cambio un sorriso sdentato, un abbraccio, tanto bacini. Perché la mamma è la mamma.

Ora vi confesserò una cosa forse molto stupida e insensata: il mio essere mamma lo sento inversamente proporzionale alla loro crescita. Che in sintesi, è anche una cosa ovvia: più loro diventano autonomi, più io mi farò da parte. Ci vuole tanta forza, tanto coraggio, nel farlo mentre li osservi cercare la propria strada, con la gioia nel cuore per tutti i loro successi, l’apprensione e il dolore per i loro fallimenti.

I fallimenti: sono altrettanto importanti delle cose ben riuscite, perchè a volte, bisogna darci di naso per imparare la lezione, che anche se te lo dicono in 173734, tu non ascolti nessuno: devi fare come dici tu, perchè non ne puoi fare a meno, perchè lo devi sperimentare sulla tua pelle.

E quel dentino li, che conservo di là nel cassetto, mi ricorda che stiamo procedendo, che una nuova fase di sta avvicinando. Che non devo in ogni caso mai dimenticare, di essere radice e non edera soffocante per i miei bimbi.

L’ho già detto, ve lo ridico, ve lo ridirò, il compito più grande per un genitore: lasciar andare ciò che di più prezioso esista al mondo, vederlo andare per la propria strada, scegliere i propri affetti, le proprie amicizie, studi, lavoro… Rimanendo li, accanto a loro pronti per ogni volta in cui vorranno la nostra mano. Sempre.

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