Il mio ragazzino, ha compiuto cinque anni in questi giorni.

È di gennaio, quindi, come tutti i genitori di bambini nati all’inizio dell’anno, anche noi dobbiamo decidere se mandarlo a scuola a settembre di quest’anno, oppure attendere ancora un anno.

Anticipatario sì o no?

Mi sono trovata a questo punto, che nemmeno me ne sono resa conto e, ci sono arrivata, con la convinzione, che mai avrei tolto un anno di gioco a mio figlio, per mandarlo a scuola prima.

Ironia della sorte, poi, che invece, si sia deciso di anticiparlo alla scuola materna, con la convinzione che anticipare un anno di gioco, non sarebbe stata la fine del mondo.

A due anni e otto mesi, senza mai aver frequentato il nido, Mattia varcava insieme alla sua mamma la soglia della scuola materna. Un inserimento lento, modulato sui suoi bisogni. Sarei rientrata al lavoro a febbraio inoltrato, così da settembre a gennaio lo portavamo solo dalle 9 alle 12.

Il primo anno, non è stato facile per lui, era davvero piccolino: stare alle regole, concentrato, condividere giochi, spazi con altri bimbi, avere figure di riferimento diversi da mamma, papà, zia e nonni. Stare all’asilo, mentre sua sorella stava a casa con me. Un aspetto, questo, che non ha inciso poco, me ne sono resa conto quest’anno ancora di più, il primo dove entrambi, tenendosi per mano entrano in classe.

Eppure Mattia ce l’ha fatta. Lo dico con orgoglio.

L’anno della scelta

Mattia alla materna, ha conosciuto dei compagni con cui ha legato molto: sono entrati tutti insieme, solo che lui è sempre stato il più piccolo e così, quest’anno, per tutti loro sarà l’ultimo prima di andare a scuola. Per lui, invece, no.

Non voglio perdere i miei amici

Ed ecco il punto, quello che proprio non avevo messo in conto, quando spavalda dicevo: scuola primaria in anticipo? Giammai!

I legami che mio figlio ha creato con alcuni dei suoi compagni, è speciale. Si sono trovati il primo giorno e da allora, la loro amicizia è cresciuta. Sono bambini, è vero, ma è proprio nella loro innocenza che riesci a vedere tutto il bello di questi rapporti.

Così, un giorno la doccia fredda, quella che per un attimo mi ha fatto vacillare in tutta la mia certezza.

Il prossimo anno, il “nostro asilo” cambierà.

Mi mancheranno le mamme con cui quotidianamente condividiamo pezzi di vita, davanti a un caffè, di corsa davanti all’ingresso dell’asilo. Quelle facce che si dicono famigliari, perché alla fine si tratta di una piccola famiglia, rassicurante.

Come a me mancheranno queste mamme, a Mattia mancheranno i suoi amichetti e questo basta per mettere in dubbio, quella che mi sembrava, la scelta perfetta.

Sono andata all’open day della scuola primaria vicino a casa nostra, mi sono informata, confrontata con altri genitori, con le maestre.

Prima di tutto, però, ho osservato mio figlio. Sono certa che cognitivamente ce la farebbe, dal punto di vista emotivo, invece, ha ancora bisogno di tempo.

Alla fine mi sono posta una sola domanda: quale PRO a mandarlo prima?

Sono onesta, di veramente validi non ne ho trovati.

Finire prima la scuola? Mah, non saprei. Magari invece, potrebbe non farcela e perdere comunque un anno. Un anno in più sui libri, per uno in meno che gli spettava di gioco.

Fosse poi, un bimbo che già adesso si annoia con le attività che fa all’asilo, che sa leggere e scrivere perché portato di sua natura. Non è così. Mostra interesse per le lettere, per i numeri, inizia a scrivere, ma ama giocare.

E ancora un anno di gioco, spensierato, libero, mi è sembrato un ottimo motivo per tenerlo all’asilo.

Se non fosse per gli amici da cui, questa mia scelta, lo separerà.

Mamma il prossimo anno perderò i miei amici, non voglio più venire all’asilo! Mandami a scuola!

Eccolo qua: un carico da mille tonnellate sul cuore.

Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo.

Fino a qualche tempo fa, non ho avuto il coraggio di affrontare questo discorso con Matty, perché del resto, mettergli in testa ansie e decisioni che non sono di certo adatte a un bimbo della sua età.

Sono genitore. Questo fa parte dell’esserlo. Devo scegliere io.

Poi, però, giovedì lo vado a prendere all’asilo. Era in un angolo, con un libro in mano. Davanti alla finestra, dava le spalle alla porta della classe.

La maestra mi ha detto che era stato agitato quel giorno, ma io l’ho visto: era triste, deluso, arrabbiato.

“Voleva andare con i 5 anni, ma lui è nel gruppo dei 4”.

Beh, non fa una piega: finché ne aveva 4 potevano prenderlo in giro, ora che ne ha compiuti 5 no… bisogna spiegargli cosa sta succedendo. Perché i suoi amici di sempre, i grandi, ora hanno portato un astuccio, un quaderno e lui no.

Siamo stati venti minuti seduti sulla panchetto nell’atrio dell’asilo. E non li scorderò mai.

Venti minuti di pianto ininterrotto, non capriccioso, non arrabbiato. Un pianto di dolore, di sofferenza.

E siccome sono un’emotiva del cavolo, piangevo dentro anche io.

Fino a quando tra le lacrime mi ha detto: mamma andiamo a comprare un astuccio”.

Si, sono pessima, ma ho pianto con lui.

L’ho abbracciato forte.

Alla fine si è calmato, gli ho spiegato che anche se fosse andato a scuola, purtroppo non era detto che fossero di nuovo tutti insieme, gli ho detto, che all’asilo hanno bisogno di un bimbo grande e meraviglioso come lui ancora per un po’; gli ho detto che avremmo trovato un modo diverso di stare insieme ai suoi amici.

È la scelta giusta?

Io non so se sto facendo bene oppure no.

Amalia è di fine dicembre, che ingiustizia, con lei no si sceglie: sarà nell’anno giusto, ma andrà a scuola a 5 anni.

Mattia andrà a scuola a 6 anni e 9 mesi. E sarà una scelta mia e di suo padre.

Probabilmente da grande me lo rinfaccerà, così come lo avrebbe fatto se avessi deciso di mandarlo prima.

Si cerca sempre di fare del nostro meglio,sapendo che si può fare di meglio.

Sarà comunque, la scelta di due persone che lo amano più di loro stessi.

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