Gestire due bambini piccoli: la gelosia tra fratelli

Ragazzi diciamolo una volta per tutte e in modo chiaro: la gelosia tra fratelli esiste e non è la fine del mondo.
Io oserei dire che è quasi fisiologica.
Ci sta.
Lo posso dire perché io sono la prima di due figlie.
Tra mia sorella e me passano quasi cinque anni e io, soprattutto all’inizio ero molto, molto molto gelosa.
Va a carattere, questo è sicuro.
Non tutti siamo uguali, questa è una certezza.
Allora, vi parlo della mia personale esperienza, come sorella maggiore e come madre di due bimbi che, di fatto, hanno un solo anno di differenza.

Io, sorella maggiore a cinque anni

Se rivedo me cinquenne, posso dirvi che l’arrivo di mia sorella mi ha scombussolato e non poco.
Sono tornata a fare la pipì a letto la notte e, ora che sono adulta e conosco un po’ meglio il mio carattere, posso dirvi che devo aver pensato: e se lei è migliore di me? Di me si dimenticheranno, non interesserò più, non mi vorranno più.

Poi, però, per assurdo, noi fratelli maggiori, anzi più che per assurdo per sopravvivenza, mettiamo in atto il piano A: distruggere il nemico, con tentativi più o meno falliti di cavare occhi, morsicare, ribaltare la culla.

Subito dopo, visto che è impossibile portare a termine il piano A, passiamo al piano B: fare qualunque cosa per attirare l’attenzione di mamma e papà, prima su tutte, comportarsi esattamente come il nuovo arrivato. In una parola: regressione.  

Un altro grande classico? Svegliare la sorellina quando dorme.
Ho provato più volte a spiegare a mio figlio che è decisamente un autogol: se lei dorme, tu hai la mamma tutta per te. Forse, ora lo ha capito.

C’è poi da considerare un altro aspetto che almeno all’inizio si sottovaluta: anche il più piccolo prima o poi, sarà geloso del più grande. Allora iniziano le lotte: la mamma è mia! Abbraccia me! Mi veste lei! E via dicendo.

Ora che sono madre, so che entrambi sono dei pessimi piani, perché spesso, noi genitori ci arrabbiamo molto sia con il piano A che con il piano B, alimentando l’errata convinzione dei nostri figli più grandi di non essere più amati come prima.

Bel casino.

Chi lo ha detto che essere genitore sia semplice?


Già, non lo è affatto.
Allora come si può fare?
La mia prima risposta: Cosa ne so io! Io ci sono ancora dentro fino al collo con i miei figli.
Eppure, se ci penso bene, non è proprio così: spesso improvviso, altre volte mi gioco delle carte che ho sperimentato essere vincenti.

Intanto vi dico che rispetto a quando vi scrivevo qui, le cose sono un po’ cambiate, banalmente perché entrambi i miei figli sono cresciuti.

Ora li vedo giocare insieme, essere complici, cercarsi, aiutarsi l’uno con l’altra, salvo poi, avere quel momento in cui quella battaglia con i cuscini diventa un po’ troppo violenta, quella carezza un po’ simile più a una sberla.
Le liti per il gioco, per stare vicino a mamma e papà, prima io, no prima io….

Anche tanti momenti di coccole, di gioco condiviso, di amore puro. Quello in cui mi sciolgo e spero con tutta me stessa, li porti a essere sempre uno la spalla dell’altro.

Insomma, ragazzi, comunque la di giri, resta una sola grande verità:

Tu, mamma sei UNA e loro, i tuoi figli sono DUE (o tre, quattro, ecc).

È matematicamente impossibile riuscire a essere totalmente e contemporaneamente presente uguale per l’uno e per l’altro

Ci si può, anzi ci si deve, provare.

Come l’ago di una grande bilancia


Io mi immagino come un ago di una grande bilancia: qualche volta vado più verso una parte, altre più verso l’altra, ma cerco sempre, appena possibile, di ripiazzarmi al centro. Ecco come.

Prima cosa che funziona su tutte, l’esclusività: passare del tempo da soli con ciascuno dei propri figli.
Già vi sento, lo dicevo anche io: ma come faccio?
Vero, non è semplice, perché non dipende esclusivamente da noi, ma dall’età dei bimbi e soprattutto, dal team di supporto: papà, nonni e baby-sitter.
Eppure, quando ci si riesce si vedono subito gli effetti.
È capitato che Amalia, la piccolina, volesse a tutti i costi restare a dormire dalla zia e dai nonni. Così è stato. Una volta a casa, Mattia è corso in camera sua e ha indossato il pigiama, da solo. Sottolineo da solo. Perché è vero che ha quasi 5 anni e lo dovrebbe fare sempre, ma non è così. Preferisce farselo mettere. Quando c’è sua sorella. Altrimenti, no.
Dove voglio arrivare? A dirvi che in questi momenti solo nostri, si osservano e scoprono aspetti dei mostri figli che, tutti i giorni presi dalla routine, dall’affanno di riuscire a fare mille cose, ci perdiamo. Parti di loro che in presenza del fratello o della sorella non ci mostrano.
Ed è bellissimo riuscire a stare totalmente con ciascuno di loro, perché anche noi siamo diversi, ci concediamo di manifestare di più, senza il senso di colpa di fare un torto all’altro.

Ecco, il senso di colpa.

Smettere di guardare il più grande con quello sguardo colpevole e rammaricato (seppur stra contenta dell’arrivo di Amalia), è stata una delle cose che più mi ha aiutato. Perché i bambini sono molto bravi a leggere il nostro linguaggio non verbale e vedere rammarico e colpa nel nostro sguardo, è un po’ come confermargli che hanno ragione a sentirsi traditi.
Questa e stata una delle cose più difficili da fare, eppure piano piano accade in modo quasi naturale: vederli crescere insieme, ecco la chiave di svolta.

Inutile dirvi, poi, che cerco sempre di essere equa nelle cose che faccio: regalo doppi, baci doppi, abbracci doppi, insomma tutto doppio.

E infine, parlo molto con loro. Lo faccio da sempre, da quando erano nella mia pancia: io gli racconto come mi sento, cosa provo per loro e, specialmente ora che sono un po’ più grandi, quando vedo qualche atteggiamento regressivo (l’altro giorno Matty ha fatto la pipì sul materasso palesandomelo, perché stavo in un’altra stanza con Ami), io gli dico che non hanno bisogno di fare queste cose, che io li vedo a prescindere, che loro sono importanti per me allo stesso modo, ma che a volte, proprio perché sono una, succede che possa sembrare io stia più da una parte, ma non è così, perché appena posso recupero.

Quindi?

Ragazzi, questa è la mia esperienza in itinere, passo dopo passo, cerco di imparare, di migliorare.
Con una sola certezza nel cuore:
I miei figli sono la mia immensità.
I miei figli sono tutta la mia vita.

Volete sapere perché non avrei potuto lasciare solo Mattia?

Il mio perché ha un nome, sapete?

Si chiama Samantha. Mia sorella.

 

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