Ci proviamo ogni giorno a essere dei buoni genitori, ma ci sono periodi talmente bui per noi stessi, in cui diventa davvero molto difficile esserlo

Come si fa a essere per i nostri figli, quell’abbraccio sicuro, quella voce ferma, calda e decisa che dice:” andrà tutto bene!”, quando dentro ti senti malissimo, quando tu per prima hai paura e avresti bisogno di quello stesso abbraccio, di quella stessa voce?

È difficile. Molto.

Quando si è genitori, ogni cosa che ci tocca, ogni cosa che ci fa preoccupare, allarmare, stare male, rischia di ricadere sui nostri bambini.

Non è giusto, lo sappiamo bene. Cerchiamo non ogni modo di tutelarli, di sembrare “come al solito”, ma non sempre ci riusciamo. Perché, alla fine, non siamo dei robot, non siamo cosi perfetti e onnipotenti.

Lo sapete, dico sempre che da madri non dobbiamo mai scordarci che siamo donne e questo, a volte, vuol dire anche essere donne con delle debolezze, paure e problemi. 

Mostrare le proprie debolezze anche ai nostri figli, ha senso?

Più volte mi sono chiesta questa cosa. La mia risposta è: dipende.

La mia risposta, in realtà, è quella di non trattare i nostri bambini come fossero esseri di intelligenza e sensibilità minore di noi adulti.

Vi dirò, anzi, che loro sono molto più bravi a leggere il comportamento non verbale e quindi, un sorriso forzato, una voce tirata quasi immagonata, che dice sto bene, potrebbe disorientarli, più che la verità. Magari leggermente filtrata per non diventare scioccante.

Mamma, perché piangi?

La prima risposta potrebbe essere: ma no, amore la mamma non piange…ma non è quello che vedono e percepiscono i nostri figli.

Allora, forse, dirgli, la mamma piange perché è un po’ triste. Capita anche ai grandi, sai? Ci sono momenti in cui anche noi, ci sentiamo un po’ giù. Ci abbracciamo? avrebbe più senso e soprattutto rispetto della loro persona. Gli insegnerebbe anche, secondo me, a non aver paura delle proprie emozioni.

Perché vi scrivo di questo?

Perché ne vengo da tre settimane di buio totale.

Succede. Succede eccome. Non mi vergogno di dirvelo.

Siccome il mio blog è per me questo, condivisione affinché non ci si senta soli, perché chi mi legge possa ritrovarsi e pensare, non capita solo a me allora, eccomi qui, a mostrarvi la mia parte buia.

La paura fa novanta.

Un evento triste, che ci colpisce direttamente, ma anche indirettamente riguardando una persona vicina a noi molto cara. La paura.

L’elemento scatenante. Poi magari, hai già alle spalle un periodo di forte stress, di cose che hai dentro, ma non dici. Ogni tanto affiorano, ma tu tiri dritto: ce la faccio. Ce la farò. Qualcosa sarà.

Mens sana in corpore Sano: una saggia verità 

Mai detto fu più vero e azzeccato in questi giorni.

Perché il mio corpo ha parlato per me.

Si è stufato di essere maltratto e bistrattato: pranzi fatti al volo, o addirittura saltati, pesi quanto la metà dei miei kg, sollevati ogni giorno per quattro anni. Altro ancora.

Sta di fatto che a un certo punto, stop.

Il tuo corpo ti ferma: un mal di schiena da togliere il fiato, ma soprattutto un dolore alla pancia che si insinua piano piano, apparentemente, senza una spiegazione.

Un dolore non lancinante, ma sordo, continuo che ti ricorda che davvero non sei wonder woman, no no. Sei un puntino nell’universo: oggi ci sei, domani non lo sai.

Inizi a preoccuparti un poco, poi molto, poi tanto, poi tantissimo e alla fine, ti convinci che c’è qualcosa che non va, che è un qualcosa di terribile e niente e nessuno riesce a smuoverti da lì: nememno un dottore che ti visita più volte e un’ecografia.

Il dolore persiste, razionalmente pensi anche: ma Fede sarà lo stress! Ma la pancia, eccola qui, vince sempre. Che se ne dica, io sono convinta che il cuore batta la mente 10 a 0.

Entri in un loop senza fine: non capisci più se tu ti stia sentendo male per davvero o, se la tua mente ti stia giocando un brutto scherzo.

È terribile. Ora ve lo posso dire.

Ora che ho passato gli ultimi venti giorni a piangere mentre guardavo i miei figli pensando: voglio vederli crescere. Pensando se mi succede qualcosa, loro come faranno.

Io come farò?

Ho pianto davvero tanto, la mia vita non sembrava più la stessa. Certo stessi luoghi, stessi volti, ma la mia prospettiva era totalmente diversa, per una volta, dalla parte del bicchiere mezzo vuoto. Anzi completamente vuoto.

Saranno stati attacchi di panico, quando mi sentivo svenire in mezzo alla gente, sarà stato tutta colpa dello stress, sarà stato tutto psicosomatico, non lo so. Ho prenotato un controllo più approfondito per febbraio. Spero come le visite e gli esami fatti fino adesso, sia ok.

La luce in fondo al tunnel

Una mattina ti svegli, nel senso che proprio ti svegli da questo incubo e improvvisamente torni a essere te stessa. Il mal di schiena dopo due settimane è passato. Tu, ti senti meglio e questo, aiuta la mente, eccome.

Ricambi prospettiva, ma dentro hai questa esperienza, che ti segna e ti cambia.

Per me è stato davvero brutto e terrorizzante.

Le ho pensate tutte, inutile dirvi dove andava a parare l’autodiagnosi che mi sono fatta. Nonostante gli esami e il dottore, vincevano le mie paure. Vinceva Google.

Questo è un’altra cosa che mai e mai si dovrebbe fare. Eppure continuando ad arrovellarci, cerchiamo una risposta un qualcosa che ci rassereni. Cerchiamo la risposta più positiva (non hai niente), ma crediamo solo a quelle più tragiche (stai morendo).

A me è capitato questo.

Ho avuto e ho il coraggio di dirlo.

Non sono riuscita ad accettare di stare poco bene: un primo problema. Ossessionata da ogni sintomo, movimento, segnale del mio corpo. Ero nella stanza con i miei figli, fisicamente, ma lontana con la testa.

In ogni caso non ho avuto paura di parlarne, di chiedere aiuto.

Può succedere, è bruttissimo, ma se ne può parlare.

Ancora una volta insegnare con l’esempio:

Se hai bisogno, alza la mano e chiedi aiuto.

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