C’è chi nasce con la camicia, chi con gli occhiali. Vi racconto la mia storia

Sono nata strabica. Un piccolo difetto di fabbrica che, alla fine è diventato il mio segno distintivo.

Trasformare un difetto in un punto di forza.

Non è facile, nemmeno impossibile.

Nessuno è perfetto, si sa.

La crudeltà dei bambini, che poi è solo il loro modo di vedere la realtà senza filtri, è una buona palestra, per imparare a farlo.

Ma non basta, ci vuole dietro una mamma e un papà che ogni giorno ti dimostrano che ti amano così come sei, proprio per come sei. Io li ho.

Essere strabici: non è la fine del mondo, rispetto ad altre situazioni mi è andata pure bene.

Certo mettere gli occhiali a 14 mesi, non è che l’abbia presa subito bene. Femmina sono, femmina ero: dopo aver nascosto il mio costosissimo paio di occhiali in un portaombrelli, i miei disperati (si saranno venduti un rene, poveri), me li hanno fatti rifare e sapete cosa mi ha convinto a tenerli? La mia vanità di femmina, alias una bellissima catenella appesa alle astine.

Sono stata operata due volte, a 14 e 16 mesi. Non ricordo molto, forse la stanza, forse la vista avendo un occhio tappato dalla benda, ma sapete cosa ricordo invece molto bene? Il bellissimo paio di Ray Ban da sole, con scritto sopra il mio nome: Federica.

Non dimentico quel maledetto occlusore di gomma che ho dovuto portare per mesi, attaccato con una ventosa all’interno della lente del mio occhiale: quello con puffetta disegnata all’angolo tra l’astina e la lente stessa.

Non dimentico nemmeno, le volte in cui ho dato il colpo di grazia a quella montatura leggermente ammaccata, si perché così ne compravo una nuova.

Ora lo so, poveri genitori! Le mie lenti sono su costruzione e costano parecchio.

Sapete una cosa? Non ricordo nemmeno una volta in cui mi sono sentita una sfigata. Anche se in tanti hanno cercato di farmici sentire.

In fin dei conti, il mio strabismo mi consente di vedere il mondo da più prospettive e soprattutto, contemporaneamente.

Non mi sento diversa, proprio no.

Sapete perché? Perché non lo sono.

Sapete perché? Perché c’erano amichetti che ci vedevano benissimo, ma siccome l’occhiale era cool, se lo facevano fare senza gradazione.

Da Figlia a Mamma

Amalia è nata con un’acromia della pelle, tra la pancia e il pube.

Niente di allucinante, ma me la sono immaginata subito, adolescente, i primi bikini e un odio profondo per il proprio corpo, per quel punto diverso, per quella macchia. Per me come madre che non ho fatto nulla per farla sparire, la macchia intendo.

La domanda di chi guardandola le dira:” cosa hai lì?”

I miei hanno fatto il possibile per curare il mio strabismo in modo tale che da grande, non avessi grandi problemi, di vista prima ed estetici poi.

Con il loro esempio, costato tanto soldi e fatica e ansia e dolore, mi hanno insegnato. Cosa? A fare tutto il possibile.

Ho visto già tre dermatologi, di fatto questa acromia, non va trattata più meno di un neo. Insomma, Amalia, se la porterà dietro per tutta la vita.

Il punto non è questo.

Il punto è che a me non me ne frega proprio niente, di quella sua macchietta, se lei sta bene.

Ma lei, invece, come la vedrà?

Ed è qui, che entriamo in gioco suo padre ed io. Non è di certo la fine del mondo, no? Però viviamo in un modo dove apparire sembra sia l’unica cosa che conta.

Invece no.

E bisogna insegnarlo ai nostri figli, che si devono amare per quello che sono, perché noi li amiamo esattamente per come sono. Meravigliosi.

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