Evviva i papà!

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E’ ora che la smetti di allattarlo, oramai ha 15 mesi

Mamma Mamma Mamma, Mattia basta lasciala in pace sta mamma

Sei troppo buona, gliele dai tutte vinte e io faccio la parte del cattivo

Fede staccati da sta bambina…

Tutte frasi, e ce ne sarebbero altre mille, che tutti i giorni mi sento ribadire da Simone, il papà.

Tutte frasi che, lì per lì, mi infastidiscono e non poco.

Tutte frasi che, se ci penso a mente fredda, indicano una delle funzioni più importanti che l’essere padre ha: riequilibrare la distanza del rapporto tra madre e figli, altrimenti noi, avremmo già trovato il modo di ricacciarceli in pancia, allattarli sino a quarant’anni e portarli in fascia sino a cinquanta.

Guardo il mio papà, guardo Simone e trovo che il loro ruolo all’interno della famiglia sia importantissimo e difficilissimo. Aiutare la mamma a rompere la simbiosi iniziale con i figli (idealmente servirebbero i muscoli di Hulk Hogan) e aiutare quest’ultimi all’autonomia.

Si dice che l’amore di una madre sia incondizionato, ma anche quello di un padre lo è.

Si scrive sempre di maternità, si raccontano le avventure della vita di una mamma, le sue emozioni, paure, ansie, gioie, sfoghi, ma del papà, della paternità si parla meno.

Sarà che è un pò di tempo che ci penso, sarà che oggi è la festa del papà, che alla fine mi sono decisa e, seppur non con la cognizione con cui avrei voluto affrontare questo discorso (sono mesi che ho un bellissimo libro sul comodino a prendere polvere), oggi dedicherò il mio fiume di parole a loro: i papà.

La natura ha deciso che il pancione fosse delle donne (ed egoisticamente vi diró che ne sono contenta),  per contro loro sentono molto meno le lancette dell’orologio biologico, di fatto papà si può diventare anche a sett’anni suonati.

Diventare papà: in qualche modo questa è la dimostrazione che essere genitori non è solo una questione biologica. Per nove mesi vedono la loro compagna/moglie trasformarsi, i primi mesi facciamo fatica noi a realizzare, immaginiamoci loro. Ricordo che Simone, in entrambe le gravidanze, incominciava a parlare al pancione solo quando questo era davvero grande. I primi calcetti, le prime capriole quasi lo impressionavano. All’inizio prendergli la mano e posarla sul mio ventre, lo faceva ritirare di scatto.

Ricordo anche la prima volta che ha portato Mattia, ha esclamato: “che bello! Sembra di averlo nella pancia, è così che si sente muovere?”.

Eppure, se lo guardo con Mattia e Amalia, non posso che farmi venire gli occhi a cuore: il modo in cui ci gioca, il modo in cui li coccola, è diverso dal mio, a volte mi sembra più libero, più istintivo, perché in qualche modo libero dalle mille paranoie che noi mamme ci facciamo: Oddio oggi ho urlato due volte, dato una patta e oraaaa??? Mio figlio crescerà come un mostro per colpa mia!

La sentite la grande risata che si fa un papà? E non perché non abbia le stesse paure, ma perché come una litigata tra uomini inizia magari a scazzottate e poi finisce a tarallucci e vino, mentre tra noi donne ci teniamo il broncio, ce la leghiamo al dito, anzi a più dita per anni, ecco allo stesso modo funziona il loro rapporto con i figli. Loro sono più easy.

C’è un libro bellissimo “le mani di papà” di Èmile Jadoul, io l’ho regalato a Simo a pochi mesi dalla nascita di Mattia.  Come dice il titolo stesso, le mani di papà sono quelle che per prime accarezzano il pancione, che sorreggono sicure, che fanno salatare in alto, che riprendono al volo, che ti tengono nei primi passi verso il mondo.

A tutti i papà del mondo oggi dico Auguri!

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