Mattia, la mamma e Maria Montessori

Prima della nascita di Mattia, vi confesso che di quella bella nonnina che appariva sulle mille lire, conoscevo solo il nome: Maria Montessori. Sapevo poi, che aveva a che fare con i bambini, ma nulla di più.

In ogni caso, da brava mammina, quando è arrivato Mattia ho iniziato a leggere e sorpresa! la signora delle mille lire non era lì sopra a caso, ma perché era stata l’ideatrice di un metodo pedagogico.

Il rispetto che, la cara Maria, ha avuto del bambino come persona, è stato quello che, in particolare, ha fatto scattare il colpo di fulmine.

Aiutami a fare da solo”

Semplice, conciso, dannatamente corretto.

Anche l’importanza che ha dato all’ambiente in cui cresce il bambino e che deve essere a sua misura, per consentirgli di acquisire la propria autonomia, mi ha aperto un mondo.

Vien da sè, così come 2+2 fa 4, che io mi sia subito adoperata per essere sul pezzo:

  • cestino dei tesori
  • pannelli sensoriali
  • learning tower
  • travasi
  • libertà di movimento, di manipolare, di esplorare
  • giochi in legno
  • lettino montessoriano
  • box bandito da casa nostra
  • libertà di espressione e movimento sempre.

Potrei andare avanti all’infinito.

Sta di fatto, che davvero ho realizzato cose che mai avrei pensato di riuscire  creare. Un esempio? La learning tower.

 

Un altro? La cucina di legno, guardate qui

Non parliamo poi, delle continue paturnie che mi sono fatta per:

  • aver alzato la voce, quando nel mio ideale montessoriano avrei dovuto evitare di urlare, sbraitare, arrabbiarmi stile Hulk, ma mantenere un atteggiamento positivo, empatico.
  • aver dato un piccola patta sul pannolone, in un momento di delirio
  • per non essere riuscita a verbalizzare con mio figlio.

Anche qui, potrei stilare una lista lunghissima.

Al di là di tutti i miei buoni propositi, in parte, per me, applicare questo metodo nell’educazione di Mattia è stato un fallimento.

Del cestino dei tesori, a Mattia non è che sia mai fregato molto: ancora adesso ha la capacità di concentrazione di dieci secondi.  Nel giro di poco, quindi, si stufava e andava a esplorare altri mondi, volete mettere la lavatrice? O i cassetti della mamma? Beh, alla fine anche questi sono tesori, no?

Con la learning tower devo dire che ho avuto più successo. Mattia gira da solo per casa dall’età di sette mesi: prima strisciando sui gomiti stile soldato in trincea, poi gattonando e infine, camminando. Sta di fatto che, prima ancora di fare due passi di fila, era già in grado di arrampicarsi ovunque. Quando ho costruito la learning tower è stato il top. Purtroppo, una mattina, quando ancora ero incinta di Amalia, ha deciso di lanciarla per terra (mi sto ancora chiedendo dove abbia trovato la forza) e si è rotta.  Ero già in una fase di sconforto, per cui non l’ho più ricostruita e niente, fine della learning tower in casa nostra.

Pannelli sensoriali: insomma, un pó  come per il cesto dei tesori, il successo è stato minimo. Mattia preferiva girare per casa, aprire cassetti, infilarsi nella lavatrice, arrampicarsi. Mai visto stare fermo per più di due minuti.

travasi sono la mia ferita narcisistica più grande: uno sguardo ai social e trovavo foto e video di piccoli cuccioli che, seduti sul seggiolone, oppure su un tappeto per terra, insomma in una zona limitata e circoscritta, per almeno mezz’ora andavano avanti a travasare. A me bastava dare tre pezzi di pasta cruda, o che ne so, che nel giro di un secondo la ritrovavo fatta a mille pezzi e infilata in ogni dove, senza che ci fosse verso di tenere Mattia fermo in un posto per più di un minuto. Non parliamo poi, dei travasi con l’acqua. Insomma, la questione travasi continua ancora oggi a scapparmi di mano.

Spendo due parole ancora sulla cucina giocattolo in legno che, anche lì, è durata pochissimo: Mattia è un cuoco dalla nascita lui vuole i fornelli veri. Non vi dico le lotte tra sta learning tower che lui spingeva verso le pentole sul fuoco e me che, con calma ed empatia (vedi sopra), cercavo di spiegargli che era pericoloso e che non poteva farlo. E qui, chiudo con la verbalizzazione: il giorno in cui Mattia è andato alla materna e la maestra mi ha detto che con lui servono poche parole e più contenimento, è stato un giorno di libertà. Anche io l’ho sempre pensato, ma io ero una mamma montessoriana, DOVEVO verbalizzare all’infinito.

Se aggiungete a tutto ciò, un quasi marito con cui litigare al grido (suo) è colpa tua se è così ingestibile, sei troppo permissiva. E’ colpa tua e della learning tower se ora è diventato spiderman… insomma potete comprendere quale fonte di stress sia stato il mio approccio alla carissima Maria.

Continuo a educare Mattia rispettandolo come persona, a mostrare le mie emozioni, a descrivergliele, affinchè  diventi sempre più in grado di esprimerle ( questo è il mio pezzo forte, devo dirlo), ma ho smesso di fare il continuo paragone tra la mia idea di mamma montessoriana e quella che in realtà sono.

Nel frattempo, per dirla all’internazionale, sono diventata Mom of Two e quando oramai avevo abbandonato ogni sogno di gloria, ho scoperto una cosa incredibile: se ami un metodo e i suoi principi, non vuol dire che vadano bene per i tuoi figli. Soprattutto, però, per la famosa legge di Murphy o, se lo vogliamo citare, anche per l’altrettanto famoso detto “chi ha pane, non ha denti”, sappiate che se avrete più di un figlio, potreste sorprendervi di come tutto ciò che avete fatto e ideato per il vostro primo figlio e che quest’ultimo, diciamolo con il giusto termine, ha schifato, sarebbe stato perfetto e apprezzatissimo per il secondo, ma voi oramai avete già abbandonato la nave che affonda.

Morale della favola?

Nella mia inesperienza di mamma e per colpa della mia sindrome da brava bambina, ho cercato in ogni modo di indossare una abito che non era adatto a me e nemmeno a Mattia. Bastava semplicemente calmarsi, tenere saldi i propri principi e viversela con serenità.

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