La metafora della valigia

Preparare le valigie, per me, è sempre un gran casino: o le riempio poco, rischiando di non portarmi pezzi essenziali, oppure troppo: praticamente farei prima ad applicare quattro belle ruote alla casa e agganciarla alla macchina. Insomma, o rischio di girare in mutande o rischio di dovermi mettere più strati di roba per poter indossare, nei giorni di vacanza, tutti i vestiti che mi sono portata dietro.

E’ sempre questione di equilibri. E io non sono proprio brava in questo.

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In questi giorni comunque, per forza di cose, – siamo partiti per la campagna ieri -, ho dovuto organizzarmi e a sto giro, le borse da preparare erano due: una per i bimbi e una per me. Alla sua, il papà, ci pensa da solo (e meno male!).

Mentre ero sommersa dai vestiti e dalle valigie, ho pensato che riempire troppo o troppo poco quest’ultime, poteva essere un’ottima metafora di come noi mamme, almeno per me è così, possiamo essere incasinate dal nostro voler dare amore incondizionato ai nostri figli. Valigia troppo piena? Uguale: lo tieni troppo in braccio, lo vizi, gliele dai tutte vinte, sei troppo buona, non gli dai dei limiti. Valigia troppo vuota: lo sto coccolando abbastanza? Il mio latte gli basterà? Avrà mangiato poco? Oggi l’ho tenuto poco in braccio, gli dedico troppo poco tempo. E via dicendo.

Nella valigia troppo piena, vedo spesso l’intromettersi di terzi. Nella valigia troppo vuota, vedo le tante insicurezze di una mamma.

Per quanto mi concerne, vi dirò, che ho avuto più difficoltà a trovare le parole per descrivere la valigia vuota di quella piena. Sarà che è un periodo in cui mi sento attaccata da più fronti, in cui mi sento dire continuamente che “se Mattia è così”, (frase del secolo), è per colpa mia: che sono troppo buona, che ho troppa pazienza, ecc. ecc. ecc. ECC.

Sarà così?

Nello stesso tempo, se relaziono la mia “valigia” al rapporto tra fratelli, eh, lì la domanda continua è: dedico abbastanza attenzioni a entrambi i miei figli? Li faccio sentire amati allo stesso modo?

Quante domande e le risposte?

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Mentre decidevo se portare per Amalia quattro vestitini o solo due e se fosse stato il caso di aggiungere anche altre due paia di jeans, continuavo a ripetermi che in fondo, basterebbe essere una mamma “sufficientemente buona” o “Mother good enough”, concetto espresso dal mio psicoanalista preferito D.W.Winnicott. Allo stesso modo, avrei dovuto preparare una valigia sufficientemente piena.

Madre sufficientemente buona. Che espressione meravigliosa.

Ho sempre pensato, mentre studiavo teorie sulla mente, che quelle che più mi colpivano, quelle che più mi rimanevano impresse, fossero quelle che più di altre toccavano corde scoperte della mia anima. Potevano destare in me o una reazione di repulsione o una reazione di totale accoglimento. In entrambi i casi, mi toccavano sul vivo.

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La prima volta che ho letto la teoria di Winnicott, ho pensato che avrei voluto conoscerlo per abbracciarlo. Ha colpito il mio cuore e la mia anima, già dalla prima pagina, dedicata alla sua biografia, del libro di Aldo Carotenuto “Trattato Di Psicologia della Personalità”. L’ho amato prima ancora di diventare madre, quando ero all’università, perché lui è stato quello che ha chiamato il mio orsacchiotto preferito con il termine di “oggetto transizionale”, perché lui è diventato medico per non dover dipendere da nessuno, nemmeno nella malattia. Perché lui parla dell’importanza della capacità di stare da soli, capacità che si sviluppa paradossalmente, dall’imparare a stare soli in presenza della mamma (quando magari si sposta nella stanza vicina). Perché lui era psicoanalista, ma prima ancora pediatra. Perché lui, per primo, mi ha fatto sentire a casa.

La teoria di Winnicott l’ho accolta allora come figlia, la accolgo oggi ancora di più come madre: sufficientemente buona. Caspita, mica dice ottimamente buona, mica dice perfettamente buona. Definendola “sufficientemente” buona, in qualche modo allegerisce il peso.

Sembra più semplice, più leggero. Ripetendomelo, mentre metto i calzini di Matty in valigia, sorrido.

A scuola, la sufficienza è il primo gradino da salire, non il secondo, il terzo. No, è quello più in basso, il più semplice.

Forse.

A volte anche la sufficienza è difficile da raggiungere (penso alla matematica, nel mio caso). Fede non iniziare a essere negativa.

Ma cosa racconta Winnicott? Dice che la mamma, nei primi mesi di vita del proprio bimbo, fino ai sei mesi circa, deve accogliere non solo i suoi bisogni fisiologici (nutrirlo, lavarlo, cambiarlo, ecc), ma deve soddisfare anche i suoi bisogni di relazione (coccolarlo, guardarlo amorevolmente, giocarci). Inoltre, siccome in quel momento il piccolino non si percepisce distinto da lei, non sa che c’è un Sè e un altro da Sè, ma è inconsapevole della realtà esterna, deve supportarne il senso di onnipotenza. Tutto ciò che lui percepisce, lo crea da solo.

Come si fa? La mamma S.B. lo fa grazie a una regressione naturale, la preoccupazione materna primaria, quella che la fa sintonizzare sui bisogni del proprio bimbo. Quando guardiamo i nostri figli con gli occhi a cuore, quando i primi mesi, passano veloci in un turbinio di emozioni, quando non ci rendiamo conto del mondo che ci circonda, ma siamo solo noi e il nostro bimbo, tutte prese da lui, ecco che siamo madri sufficientemente buone. Quando ci perdiamo nei suoi occhi, quando lo teniamo in braccio solo per il gusto di farlo, quando ci giochiamo, gli facciamo le faccine e le vocine.

Mano a mano che il bimbo cresce, questa fusione cessa per permettere al bambino di comprendere che esiste un mondo esterno che non può essere comandato. Da questo momento, la mamma S.B. è quella che poco alla volta è in grado di disilludere il bambino, esponendolo gradualmente alle frustrazioni e difficoltà esterne.

La mamma sufficientemente buona per un bambino non più neonato, è allora colei che lo spinge al di fuori di questa simbiosi iniziale, che lo accoglie sempre certo, ma non lo soffoca e lo accompagna verso la sua autonomia

Quindi riassumendo, siamo sempre lì, la mamma sufficientemente buona, allora, è la mamma che insegna al proprio figlio ad andare per la sua strada, lo fa standogli accanto, sostenendolo nelle difficoltà e lasciandolo fare senza soffocarlo.

Vi sembra poco?

Scrive Winnicott:

“sarebbe d’aiuto chiarire alle madri che può capitare di non provare immediatamente amore per i propri figli o di non sentirsela di allattarli; oppure spiegare loro che amare è una faccenda complicata e non un semplice istinto”.

Ah! Allora lo sapeva anche lui, quanto è difficile!

Questo a grandi linee il concetto di madre sufficientemente buona.

Gratificare e Frustrare. Trovare il giusto equilibrio per aiutare così i nostri figli a camminare da soli, o per dirla alla montessoriana, per aiutarli a fare da soli.

Penso a me con Mattia e Amalia. Per quanto la mia espressione più frequente sia “me li ricaccerei entrambi in pancia perché così sarebbero sempre miei”, di fatto so benissimo che così sarebbe la loro fine. Li devo lasciar andare, consapevoli però, che io sono qui per loro ogni volta che lo vorranno.

E’ inevitabile, ora penso al rapporto tra mia mamma e me. Valigia troppo piena, sicuro! Se dovessi immaginare verso quale lato pende l’ago della sua bilancia, vi direi senza dubbio gratificazione. Ora come nonna ancora di più. Se lei potesse ci regalerebbe la “non sofferenza”, solo tanti sì. Non sgriderebbe per non far arrabbiare, è delicata, ti fa vedere sempre il bicchiere pieno. Lei mantiene da sempre l’onnipotenza di mia sorella e mia. A questa pasta manca il sal.. ecco che si materializza davanti ai nostri occhi. Magia? Sì quella di una mamma che ci ama da morire. Eppure solo così non va bene. Perché la vita è altro e perché l’essere umano è un approfittatore d’eccellenza, quello che dice che “in amor vince chi fugge”.

No, gratificare troppo, non va bene.

Penso ad altre mamme che conosco, alcune sono frustratrici d’eccellenza (con la R, mi raccomando). C’è chi dice no a prescindere, se poi cambio idea, tanto meglio per mio figlio. C’è quella che non esalta le doti, una gioia, una vittoria, niente, tutto sminuito e riportato su un piano di normalità. Quella che fa vedere solo il bicchiere vuoto.

No, frustrare troppo non va bene.

Vedete? E’ sempre la via di mezzo quella giusta.

E io, come mamma, dove mi colloco?

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Esattamente nel caos, ma vi dico lo stesso quale idea mi sto facendo io della mamma Sufficientemente Buona.

E’ una mamma che si accetta per prima cosa, con i propri limiti e le proprie debolezze. E’ una mamma che accetta di non essere perfetta. E’ una mamma che ama, senza se e senza ma. E’ una mamma che scrolla le spalle davanti a consigli non richiesti, a parole come vizi, capricci e va avanti per la sua strada, facendo ciò che sente essere il meglio per i propri figli. E’ una mamma che ha paura di sbagliare, eccome, ma accetta, accoglie questa paura, perché è umana.

E’ la mamma che si interroga, si tortura ogni notte quando tutti dormono, per capire se poteva fare di meglio, se le è sfuggito qualcosa quel giorno, mentre puliva, stendeva, cucinava, lavorava, tutto essendoci sempre per i propri figli.

E’ una mamma imperfetta che fa di tutto per essere migliore ogni giorno.

E le nostre valigie? Non ci crederete, ma è bastato sedermici sopra e si sono chiuse tutte alla prima!

Bibliografia:

I bambini e le loro madri, 1987

Il bambino e il mondo esterno, 1973.

 

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