Riflessioni di una mamma emotiva cronica

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Ci sono domeniche come quella di oggi, in cui, complice un mal di orecchio pazzesco e un raffreddore atomico che ha preso tutta la famiglia, hai solo voglia di stare a casa, copertina, tè e tv. Con programmi che non ti facciano pensare a niente.

Ti rendi conto, dalle risposte che dai a tua mamma al telefono, da certe reazioni un pò esagerate che hai, che sei nervosa. Molto nervosa. Scendi al supermercato per fare un pò di spesa e, dopo giorni in cui ti metti il paraocchi per non cadere in tentazione, finisce che ti compri il bicchiere di nutella.

Nutella=Indicatore di umore nero.

Quando compro la nutella è perché ho bisogno di coccole,

Sì, sono un tipo sorridente, cerco sempre il lato positivo delle cose, cerco di essere sempre grata per ciò che ho (tanto, tanto), eppure, udite, udite, anche io ho la giornata no!

Quella da cattiva ragazza, in cui non ho voglia assolutamente di essere, gentile, accondiscendente, paziente. In  cui vorrei tanto che qualcuno si prendesse cura di me. L’ebrezza di una giornata passata sul divano a non fare niente, a non dover pensare a niente.

Niente, la parola del mio giorno no

E’ una di quelle giornate che se mi guardo dal di fuori, mi viene voglia di dirmi: “che tenerezza!”.

Non so bene di cosa avrei voglia, sto su di una “soffice nuvola rosa” (cit. Renato Zero) e aspetto che mi passi.

Sono un tipo “emotivo” da sempre

Tutte e dico tutte le mie pagelle, avevano scritto sopra: “dotata di buona volontà e molto emotiva“.

Mi hanno pure offeso a un colloquio di lavoro, perché ritenuta “troppo emotiva”, quindi, a detta della persona in questione, incapace di raggiungere gli obiettivi.

Invece, per mia esperienza, posso dirvi alcune cose che, a quasi 39 anni, ho capito della mia emotività. E’ vero, a volte è un limite, ma solo in quelle situazioni che già di loro, non mi porterebbero da nessuna parte. Nel caso del colloquio in questione (ero giovane, parliamo di un pò di anni fa), in effetti, era vero che non avrei reso come chiedevano, ma non per la mia emotività, semplicemente perché non era l’ambiente per me. Era come vestirmi da gran gala e trovarmi poi in piena campagna alla festa del paese (preferisco di gran lunga la festa di paese, giusto per la cronaca).

La mia emotività, o come lo chiamo io, il mio costante contatto con le emozioni, quando l’emozione in questione non è un’ansia pazzesca, in realtà è la mia benzina, il mio carburante.
 
Ho imparato a guardarmi dentro, a “sgamamarmi” nei miei giochetti strani.
 

Saper riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, è una grande risorsa

Un super potere che, come tutti i super poteri, bisogna saper usare, altrimenti finisce che ti fai male da solo.
Ve ne dico una: ho sempre creduto che il giorno della nascita dei miei figli, avrei pianto a dirotto. Non è mai successo, due volte su due. Piango adesso se ci ripenso, o se vedo qualche donna partorire (magari un film).
 
Eppure non sono un’emotiva cronica?
Sì, lo so, essere emotivi non vuol dire piangere.
Cosa vuol dire essere emotivi?
 
emotività s. f. [dal fr. émotivité; v. emotivo]. – Capacità, più o meno intensa a seconda degli individui, di provare emozione, di reagire cioè di fronte a stimoli piacevoli o spiacevoli. Con accezione più ampia, nel linguaggio corrente, impressionabilità, sensibilità, facilità alla commozione. (Vocabolario on line Treccani)
 
Ecco. Io mi definirei una persona sensibile. E ora, una mamma sensibile.
Non ho paura e nemmeno vergogna nel mostrarmi tale. Se sono triste piango, se sono allegra rido, per lo più sorrido.
Come spiega questo articolo che condivido, ora che sono mamma il mio compito è quello di insegnare ai miei figli, che le emozioni vanno riconosciute ed espresse, che non c’è niente do male nel farlo.
“Piangere è da femminuccia”.
Al di là del luogo comune su cui non mi soffermo, mi chiedo: perché?
Non è più “virile” (continuando con i luoghi comuni) sapersi mostrare anche deboli senza avere paura?
Io ai miei figli dico ogni giorno quanto voglio bene a loro. Aggiungo: “Matty, sai cosa vuol dire volere bene?”.
Quando lascio Mattia per qualche ora, in modo naturale, quando lo vado a riprendere, gli dico “Ciao, Mattia, mi sei mancato!”.
Dico ai miei figli quanto siano divertenti. Quanto mi piaccia stare in loro compagnia.
Dico loro anche quanto mi facciano arrabbiare in alcuni momenti, sì dico proprio: “mamma è arrabbiata”.
 

Esprimo continuamente emozioni

I miei figli mi hanno visto piangere. Ovvio che non li ho lasciati a guardarmi e soprattutto senza una spiegazione. Ho detto loro che mamma era triste, che succede, ma che poi passa.
Esprimere le proprie emozioni. Per me è una cosa fondamentale che i miei figli vorrei imparassero a fare.
Con Amalia è ancora presto, ma come con Mattia, sono dell’idea che non c’è età, è il modo in cui si insegna a riconoscere e a esprimere le proprie emozioni che cambia. Con lei è tutto più fisico.
Mattia invece, ora parla, ha una sempre maggiore proprietà di linguaggio e capacità di riconoscere i propri stati d’animo: capita sempre più spesso che, quando suo papà ritorna alla sera dall’ufficio, lui gli dica: “Papà sei stato in ufficio? Papà mancato a Mattia”.
Mattia mi dice se è arrabbiato. Mi dice sei contento. Mi dice se si diverte. Mi dice “mamma io ho palula”. 
 
E’ difficile per noi adulti gestire le emozioni, figuriamoci per due piccolini. Ciò che conta è aiutare loro a tollerarle e a gestirle. A dar loro un nome.
 
 
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Come?

 
Mostrandomi emotiva, mostrandomi per come sono. Quando sbaglio chiedo scusa, affinché imparino che sì, si può sbagliare, ma si può anche rimediare.
Quando sono contenta, dico loro che sono contenta. Quando sono arrabbiata, dico loro che sono arrabbiata. Li abbraccio,
Quando sono confusa, lo ammetto,
Sono gentile con loro, affinché imparino a esserlo a loro volta.
 
Aiuto i miei figli a verbalizzare, che non vuol dire mettergli in bocca parole non loro (al momento vale solo per Mattia, Ami ci arriverà tra poco). Significa aiutarli a dare un nome a quanto sta accadendo dentro di loro, non solo a livello emotivo, ma anche fisico. Spiegare loro che se hanno paura, è normale che il cuore batta forte, per esempio.
 
Il mio scopo di mamma imperfetta, è quello di far sentire i miei figli amati per quello che sono, affinché a loro volta possano amare.
In un mondo di molta apparenza e poca sostanza, vorrei che loro imparassero a esprimere le loro emozioni, a riconoscerle e a farne tesoro,
 
 
 

3 thoughts to “Riflessioni di una mamma emotiva cronica”

  1. Le ultime 10/15 righe riassumono tutto ciò che significa per me amare ed essere madre ed è esattamente tutto ciò che vorrei riuscire a fare
    Grazie! =)

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