Quante volte dico sì ai miei figli per stanchezza, per quieto vivere? Tante. Troppe.

La vita frenetica in cui siamo catapultati, la disorganizzazione che mi caratterizza, non saprei.

Perché educare è faticoso, oltre che un’enorme responsabilità. Ne avevo già consapevolezza quando vi scrivevo qui.

A distanza di due anni, però, sono sempre allo stesso punto.

Si tratta di quei sì concessi per quietare. Per cazzeggiare.
Per lavorare.
Per cucinare.
Per essere lasciati in pace due minuti.
Per non sentire urla e pianti.
Che sia la Tv, che sia il Tablet. Che sia il pacchetto di patatine.
Quei si che poi, pesano come macigni, quando vedi gli effetti diseducativi che hanno sui tuoi figli.
Quando ti arrabbi con loro perché vogliono guardare solo la Tv e mentre urli (ecco anche urlare meriterebbe un bel discorso), che la tv va spenta, che butti via tutti i giochi, realizzi che sei molto arrabbiata con te stessa. Non con loro. Perché sei tu che dai messaggi contrastanti in merito al suo utilizzo. Caspita, mamma, ieri l’abbiamo vista tutto il pomeriggio, mentre tu scrivevi al pc e oggi ti arrabbi?

La giustificazione, se mai ne esiste una

Partiamo dalla giustificazione: dopo una mattina in ufficio, la spesa prima di rientrare a casa, la cena prepata al volo, mentre riordino la casa, nelle due ore prima dell’uscita da scuola.. e gli imprevisti nel mezzo, arrivo davanti alla scuola che vorrei essere già a letto.

Mentre il vero lavoro della giornata, inizia proprio lì, davanti a quel cancello.

Lo zaino pesante di Mattia sulle spalle, i disegni di Amalia che mi cadono dalle mani di continuo,(quanti ne fa all’asilo?), mentre con l’altra mano mi destreggio con i grembiuli che mi lanciano non appena escono da scuola, e poi, la merenda che non è quasi mai quella giusta. Andiamo ai giardinetti? No andiamo a casa. E via, giù pianti.

Il nostro delirio post scuola, già li mi partono i si per non impazzire, ma subito dopo, anche le grida isteriche perché ho acconsentito a far fare loro qualcosa che poi, mi fa lavorare il doppio: per esempio fare merenda sul divano. Tradotto: ripulire la sala per l’ennesima volta. Così mi arrabbio con loro, scarico sulle loro spalle una responsabilità che in realtà è mia, così come la frustrazione di sapere, già mentre li sgrido, che sono io la colpevole. Se avessi dedicato loro tempo nel giusto modo.

Fare merenda insieme in cucina, invece rispondere alla telefonata appena ricevuta…per esempio

È con questi si stanchi, con il concedere alcune cose, che a lungo andare mi rendo conto di non aver educato i miei figli, in quei momenti. Di aver invece scelto la soluzione più semplice, per poter fare ciò che volevo io: che sia pulire casa, preparare cena, semplicemente avere del tempo per farmi i fatti miei.

Insomma, ultimamente, mentre raccolgo i non frutti di tutto questo, mi sto interrogando moltissimo sulle cattive abitudini che i miei figli hanno per colpa mia, ma soprattutto a come correggere il tiro.

Educare è assumersi la responsabilità dei propri errori e cercare di porvi rimedio

Giusto ieri, parlavo con una mamma di come Mattia mangi qualunque cosa e di come Amalia, invece, sia estremamente selettiva (vorrei scrivere la verità: rompipalle, ecco!) sulla questione cibo. Al mio vivrebbe di porcate, nutella, patatine fritte e ketchup, lei giustamente mi ha risposto: beh qualcuno gliele ha fatte assaggiare.

Esatto: io, suo padre. La prima volta per eccezione. Poi le altre per quieto vivere. Proponi mille merende salutari, all’ennesimo no, dai su solo un pochino…

Capite di cosa parlo?

Sarò l’unica a essere così dannatamente colpevole?

Non lo so, ma davvero questo è solo un esempio, nemmeno troppo frivolo direi. L’utilizzo del tablet, ecco qui un altro tallone d’Achille. Mi sono ritrovata a dire una sera a Mattia: “Babbo Natale non ti porterà altro che una cover per il tablet, perché tanto non giochi più, vuoi sempre e solo il tablet.!” Come se la responsabilità fosse sua e non di quelle sere o di qui momenti in cui cediamo, concedendogli di usarlo, a volte anche più di quanto sia concesso. Perché altrimenti, invece di scrivere questo post in santa pace, dovrei andare di là, sedermi con loro e inventare un’attività da fare insieme che li distragga dalla tv, dal tablet…

Ed è così che nascono le cattive abitudini. Perché educare non è solo insegnare a dire grazie, scusi, per piacere, buonasera.

Educare è anche assumersi la responsabilità dei propri errori e cercare di porvi rimedio.

Educare è fatica.

Moltissima fatica.

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